Elia Cinquini, ex giocatore dall’Amatori Lodi ora in forza al Viareggio, si racconta in esclusiva ai nostri microfoni. Di seguito riportiamo le sue parole
Nella lunga intervista rilasciata in esclusiva ai nostri microfoni di tuttolodi.it, Elia Cinquini ci racconta aneddoti, sensazioni, gioie, dolori, punti di vista circa la sua carriera da giocatore. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni.
L’intervista integrale
Sei cresciuto e tornato in una terra che vive di pane e hockey. Che effetto fa indossare la maglia del Viareggio oggi, dopo aver girato e vinto in altre grandi piazze?
“Quando torni a Viareggio e un’altra realtà. Quando ero a Forte dei Marmi mi ha contattato il Viareggio che voleva ritornare a livelli alti. Volevano creare una stabilità. Siamo stati bravi nell’anno in cui ci siamo salvati e in questi due ci siamo comportati egreggiamente. È diverso giocare a Viareggio, difficile da spiegare”.
C’è un ricordo d’infanzia in particolare, legato a una pista o a un campione del passato, che ti ha fatto dire: “Da grande voglio fare l’hockeista”?
“Ce ne sono tanti: quando avevo 13/14 anni e a Viareggio si giocò la Champions League e le Final Four e vinse il Barcellona. Mi sentivo in un’altra ottica: vedevo Nero Paez faceva diventare tutto semplice. Vedere tutti quei campioni a Viareggio è una cosa che mi ha aiutato. Penso sia stata la prima immagine che ho avuto da hockeista. Poi tra mio papà e tutto penso sia una cosa indiscussa. Sono sempre cresciuto con l’hockey. Da piccolo quando c’erano i libri li guardavo sempre, poi me ne sono reso conto, un flashback”.
Come si gestisce la pressione e la passione travolgente di una piazza calda come quella viareggina?
“È la società dove sei nato, quindi devi pensare che sei lì per lavorare, devi essere cinico. Sono trasportato da altre emozioni, vengono fuori anche se non ci pensi, ma non bisogna perdere la bussola. Essere a casa con la famiglia vicino aiuta tanto: una parola con la mamma e con il papà, la compagna, avere lì gli affetti.”
Pedro Gil: che giocatore era?
“Grazie a lui sono cresciuto; poi anche sotto il punto di vista del professionista: nel gioco e fuori, l’integrazione, l’alimentazione, come riposarsi. Mi si è aperto un mondo. È come se avessi visto un’altra parte dello sport. Poi uno fa scelte personali, ma mi ha aiutato tanto. Se vede che uno ha voglia ti dice tante cose, è davvero generoso sotto questo aspetto. Lui conlne altri, anche Marc Gual: l’ho vissuto in un’epoca diversa da quando era a Barcellona. Pedro era sulla stessa linea d’onda, dal punto di vista metodico erano incredibili”.
A Forte dei Marmi hai vissuto stagioni intense e vincenti. Qual è il ricordo più bello che ti porti dietro di quell’esperienza e cosa ti ha insegnato quel gruppo?
“Un ricordo bellissimo è che c’è stato un anno in cui non si andava bene ma non abbiamo smesso di crederci e siamo arrivati secondi, abbiamo perso gara 4 con il Trissino. Sono ricordi di resilienza, non lasciare nulla al caso. Ti parlo anche personalmente, quando le cose non andavano al top ero spronato ad andare avanti. Poi ci sono ricordi belli come condividere vittorie e sconfitte con campioni come Pedro Gil. Cose di lavoro, di gruppo”.
Al primo anno con la maglia giallorossa hai vinto lo scudetto, qual’è stata la partita più importante che vi aveva fatto capire in quel momento che avreste vinto lo scudetto?
“Già nella semifinale con il Bassano che non andavamo al top ma la compattezza che abbiamo messo in campo fu incredible. Una voglia e un carattere fuori dalla norma: lì ho pensato davvero che ce l’avremmo fatta. Quando arrivai a Lodi pensai che c’erano Illuzzi, Compagno, Torner, Greco, Jordi Mendez… con Gigio allenatore daremo noia a tanti. Poi ho pensato che se in Coppa Italia giochiamo così vinciamo e così fu. Siamo stati bravi a fare gruppo, dato anche il periodo del Covid”.
Il rammarico di Lodi?
“Penso il palazzetto vuoto, poi il covid, essere rinchiuso e limitato nelle cose da fare, mi mise paura. A casa mia sapevo dove andare. Mi trovai comunque bene a Lodi: ormai sono 5/6 anni che sono andato via ma mi hanno sempre dato un senso di tranquillità. Bellissimi ricordi sotto un profilo umano. Unico rammarico forse quello, vedere poco la gente che ho conosciuto. Mi ricordo del carosello fuori dall’autostrada.. è stata un’esperienza”.
Dal 2020 al 2026 sai dirmi qualcosa in più sulla crescita di Compagno. Secondo te è al massimo del livello o può migliorare ancora?
“Gli voglio bene come persona. Ora è molto più completo e intelligente. Secondo me è a un livello ottimo, si parla davvero di piccolezze che mancano. Da quando è tornato da Reus è migliorato, quest’anno l’ho visto ancora più leader. Può migliorare ancora, ma in attacco era top, in difesa è cresciuto tanto. Se diventa ancora più leader fa la differenza ovunque, in Italia e in Europa”.
Che rapporto avevi con Gigio Bresciani?
“Ottimo, se non di più. Siamo andati a mangiare assieme poco tempo fa. Ha un modo di allenare che mi piace, è metodico. Vai a casa tranquillo dopo l’allenamento. Le scelte che ha fatto e che fa nei miei confronti sono sempre state in linea con ciò che pensavo anche io, mai nulla da ridire, questo già da Forte dei Marmi. Sapeva il minutaggio giusto, ha sempre letto bene il tutto”.
C’è una partita in particolare, giocata con la maglia del Forte o del Lodi, che vorresti rigiocare o che consideri la “partita perfetta” della tua carriera finora?
“Con il Forte penso quella del girone con il Barcellona in cui giocai molto nene, il 4-4 in casa. Con il Lodi ce ne sono state tante: forse quando si pareggiò in casa con il Forte e poi loro arrivarono primi. In quella partita sul 5-4 per noi eravamo convinti di fare il sesto e poi invece abbiamo preso il pareggio. Fu una partita bellissima. Da rigiocare con il pubblico”.
Nelle tue esperienze passate hai condiviso lo spogliatoio con veri e propri fuoriclasse. Chi è il compagno di squadra da cui pensi di aver imparato di più, sia dentro che fuori dalla pista?
“Ti direi Pedro Gil”.
Negli ultimi anni l’hockey su pista è cambiato molto a livello di velocità e fisicità. Come si è evoluto il tuo modo di stare in pista per adattarsi a questo cambiamento?
“Stare assolutamente attenti alla dieta, i chili in più ora ti fanno rendere molto meno. Ora corrono tutti, quando vai a contrasto, il blocco, il rientro e le triangolazioni… serve essere tosti. Tanta resistenza alla velocità. Prima giocavo più dietro, ora sono anche davanti. Quindi essere performante in tutto è importante oggi”.
Se potessi cambiare o reintrodurre una regola nel regolamento attuale dell’hockey su pista per renderlo più spettacolare o più giusto, quale sceglieresti?
“Bisognerebbe renderlo più maschio: ora non sai mai come si leggono i contrasti. Prima con una punizione di prima potevano fare gol per superiorità numerica, ora te ne fanno di più. Oggi bastano tocchi leggeri per i falli. Non parlo ovviamente di steccate sopra la vita, ma sui contrasti come quelli pattino-pattino, lì bisognerebbe lasciare correre di più”.
Cosa ne pensi dell’HVS?
“L’abbiamo sperimentata nelle finali di Coppa Italia, nelle Final Four. Già le vedono male nel calcio, nell’hockey la storia è millimetrica. Quando però lo chiami, tante volte l’arbitro rimane sulla sua scelta. Ci sono stati pochi ricorsi che poi sono andati a favore. In Portogallo solo una su 4 è stata risolta a favore del HVS. Siamo indietro, il più delle volte nelle partite gli arbitri danno una bella mano. Bisognerebbe essere ancora più meticolosi, per ora non serve a tanto”.
Il divario tra il campionato italiano e i colossi europei (portoghesi e spagnoli) è ancora evidente o pensi che la Serie A1 si stia accorciando le distanze?
“Secondo me le portoghesi sono un grandino in più. Le spagnole forse per qualche squadra, ma ne abbiamo anche noi di club che possono dare fastidio. Il Portogallo rimane il campionato più difficile”.
Da giocatore esperto, come vedi lo stato di salute dei settori giovanili in Italia? C’è abbastanza ricambio generazionale per il futuro della Nazionale?
“Secondo me è un problema più grande: in America ci sono i college, dove ti danno la borsa di studio se sei bravo. Qua in Italia siamo indietro anni luce. Eccelliamo in tante discipline, ma lo sport è fine a se stesso, c’è una cultura ma non è riconosciuta a livello statale. Poi, l’hockey è già di per sè l’ultima ruota del carro. Questa cosa la si vede anche solo nel calcio, ne è il riflesso. In Spagna e Portogallo c’è pieno di bambini: è normale che c’è più probabilità che vengano fuori dei campioni”.
Qual è stato l’avversario più difficile da marcare o da superare che hai incontrato in carriera? Quel classico giocatore che ti faceva passare le notti in bianco prima della partita.
“Sicuramente Pedro Gil; ma ce ne sono tanti: Enric Torner, Jordi Mendez, Federico Ambrosio, Riccardo Gnata. A livello europeo c’erano Marc Gual, Alvarez, Ordoñez, Alvarez..”.
Tutti gli atleti hanno i loro riti. Tu hai qualche scaramanzia particolare prima di allacciarti i pattini e scendere in pista?
“Ho delle routine, sicuramente tante volte parto dalla sinistra e vado verso destra, quando mi preparo, dal pattino al parastinco. Da quando mi metto i pattini non c’è più tempo di scherzare”.
Chi è stato l’allenatore che ha saputo toccare le corde giuste per farti fare il salto di qualità mentale o tecnico?
“Gigio Bresciani“.
Se potessi rubare una caratteristica tecnica o un colpo segreto a un tuo collega (italiano o straniero), cosa sceglieresti?
“La rapidità e l’estro di Pedro Gil; l’intelligenza di Marc Gual e Torner; l’attacco di Jordi Mendez e Ambrosio”.
Nel tuo quintetto titolare con Cinquini incluso, chi sceglieresti?
“Gonzalo Romero, Pedro Gil, in porta Gnata; poi quelli che ho nominato prima. Io allenatore (ride ndr)”.
Qual è l’obiettivo principale, sia di squadra che tuo personale, per questa stagione a Viareggio?
“Entrare nei playoff sicuramente, dare continuità e dare fastidio alle squadre più forti”.
Nello spogliatoio attuale ti trovi a essere uno dei punti di riferimento per i compagni più giovani. Come vivi questo ruolo di “leader” e che consigli dai loro?
“Non mi sento tanto leader, voglio che nello spogliatoio ci sia un bel clima, le cose vengono da sole. Anche in pista scherzare fa bene, ti senti parte. Mi piace essere leader nello spogliatoio, in pista dobbiamo esserlo tutti. Con il cervello, coscienziosi, intelligenti. Senza lasciarsi prendere dalla permalosità”.
C’è un sogno nel cassetto che Elia Cinquini non ha ancora realizzato sui pattini?
“Mi piacerebbe vincere qualcosa qui a Viareggio, ci sono riusciti in pochi. Secondo me ha vinto poco per la realtà che è, la società che è. Ho avuto esperienza di questa sfortuna anche io, finali playoff e di Coppa Italia. Anche l’anno scorso, la mia assenza e quella di Ambrosio sono state decisive”.
Come ti vedi tra qualche anno? Ti piacerebbe rimanere nel mondo dell’hockey, magari in panchina o dietro una scrivania, o hai altri progetti?
“Mi piacerebbe rimanere nell’ambito hockeistico ma spaziare anche negli altri sport visto che sto studiando scienze motorie. Mi piace, mi sprona a rimanere sul pezzo. Mi piacerebbe un sacco rimanere nell’hockey. Come allenatore ho fatto esperienza nelle giovanili ma è una sfida nervosa. Devo vedere come è, se è come piace a me, le metodologie, l’organizzazione del lavoro però mi piacerebbe”.
E fare l’arbitro? Secondo te chi è il più preparato in Italia?
“Sarebbe l’ultima ipotesi. Li stimo ma bisogna avere conoscenze. Non è una critica ma è un mondo complesso, bisogna essere tanto capaci. Scrupolosi al 100%. Qua se sbagli, un rigore o una punizione che non c’è, rischi tanto. Servono occhio e tanto cuore. Gli arbitri più preparati ti direi Fronte, Eccelsi e Molli: sono tutti preparati sulle norme, chi è più cinico, chi ha più personalità. Un mix di loro sarebbe l’arbitro perfetto”.
Quanto è stato importante per te il rinnovo?
“Importantissimo, siamo una bella amalgama. Quando arrivano poi giocatori che mi hanno dato fastidio nel giocare in passato, è sempre positivo. Rimango qui anche perchè il lavoro non è finito”.
Le esultanze di Antonioni e Lombardi: è un gesto che condanni o no?
“Sono cose spontanee, che vengono così. Io non lo avrei mai fatto ma perché non mi sento di farlo. Mi sono messo nei panni di Luca e ho detto, è in risposta a Morgan. Lo capisco ma non lo farei“.
Il prossimo anno Martinez al Bassano, il Trissino perde Gavioli e Almeida ma prende Borgo. Oggi Viareggio, Lodi, Monza, Valdagno.. possono impensierire i due colossi o sarà ancoda sfida tra loro due?
“Ce la giochiamo: ne ho viste tante. Guarda solo l’Igualada, non l’avrei mai detto che avrebbe vinto il campionato. L’hockey è bello per questo, non si sa mai nulla, un po’ come a volte nel calcio. Le compagini da battere sono loro: a Bassano abbiamo vinto, lasciamo perdere la Coppa Italia ma abbiamo anche pareggiato. Le favorite sono loro ma importante è giocarsela”.
Oltre all’hockey segui altri sport?
“Di calcio non sono appassionato, seguo ma sono uno “juventino non praticante”. Io sarei il Chiellini dell’hockey”.
Che squadra di calcio sarebbe il Viareggio in Serie A?
“Per la storia che ha avuto, è venuto su ed è rimasto su ti direi il Como. Come noi si è salvato e poi ha raggiunto l’Europa. Mi piace anche come gioca”.
Ringraziamo Elia Cinquini e la società CGC Viareggio per la preziosa disponibilità.
Intervista a cura di Luca Maninetti e Giulia Mazzoleni
