10 Giugno 2026
Francesco De Rinaldis

Francesco De Rinaldis, ex giocatore dall’Amatori Lodi ora in forza al Sarzana, si racconta in esclusiva ai nostri microfoni. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni

Nato e cresciuto hockeisticamente a Sarzana, Francesco De Rinaldis ricorda con affetto il periodo all’Amatori Lodi. Per 5 stagioni ha vestito la maglia giallorossa, conquistando una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Poi il ritorno in patria, nel periodo del covid, dove oggi prosegue con la sua carriera in rossonero. Nella lunga intervista rilasciata in esclusiva ai nostri microfoni di tuttolodi.it, Francesco ci racconta aneddoti, sensazioni, gioie, dolori, punti di vista circa la sua carriera da giocatore. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni.

L’intervista completa

Con quale spirito e obiettivi hai affrontato questa carriera in maglia rossonera?

Sono nato e cresciuto a Sarzana, quindi ricopre un ruolo importante nel mio cuore. Ho avuto la fortuna di cominciare proprio quando è nata la societa nel 1993, fino ad allora non c’era una squadra di hockey. Prima c’è stato un buco temporale, fino a quando sono ripartiti e hanno raggiunto risultati importanti. Per qualsiasi giocatore vestire la maglia della propria città è un onore: poter vincere qualcosa con questi colori è stato qualcosa di bellissimo. Io mi metto sempre a disposizione della società, non sono più un ragazzo di primo pelo, ho 38 anni e inizio a ragionare sul futuro. Sicuramente finchè sto bene e la società mi chiede di aiutare andrò avanti. Cercherò anche di aiutare i nostri nuovi ragazzi a crescere, vorrei avere questo ruolo”.

Quanta responsabilità senti in questo ruolo? Fare da chioccia a questi giovani.

È importante perchè i ragazzi di adesso sono un po’ particolari: prima c’era più dedizione, si era quasi maniacali dal punto di vista della preparazione o come ci approcciavamo all’hockey. Alla loro età abbiamo fatto settimane di camp estivi, ci siamo sempre concentari molto sul venir fuori. Secondo me il nostro ruolo è cambiare un po’ mentalità: l’hockey è uno sport “piccolo” ma che ti può dare tante soddisfazioni con i giusti sacrifici. Quello che mi piacerebbe far capire è quanto sia importante rappresentare questa maglia e fargli cambiare mentalità sull’importanza degli allenamenti. La stagione è lunga ma hai tutto il tempo di riposare: 9/10 mesi di impegno, anche meno se la stagione termina a maggio. Bisogna stargli vicino, ci siamo passati anche noi, abbiamo un ruolo fondamentale, dobbiamo aiutare l’allenatore”.

Sarzana si è confermata una realtà solida e insidiosa in Italia e in Europa: qual è il segreto e come rimanere sempre competitivi?

Il nostro budget è sempre stato un po’ risicato perché non abbiamo le possibilità di un Trissino, un Bassano, del Lodi stesso. Ma siamo sempre riusciti ad avere una buona base sarzanese e italiana. Il presidente è sempre stato in grado di trovare i giusti colpi di mercato. Tante volte si dice che i giocatori scelgono Sarzana perché considerata un buon trampolino di lancio verso realtà più importanti, in Europa. Qui sono transitati tanti giocatori che ora sono ai vertici dell’hockey pista: senza pressioni hanno fatto il salto in avanti, grazie alla capacità della società. Non è sempre stato rose e fiori però ci ha sempre messo a nostro agio. E poi sono arrivati anche risultati importanti come la vittoria della Coppa Italia, tante final four in Europa. Il maggior pregio di questa società è stato trovare il colpo giusto di mercato su una base italiana”.

Lodi è una capitale dell’hockey pista italiano, una piazza che vive di questo sport h24: che ricordo hai dell’esordio di fronte ai tifosi giallorossi?

Se una parte di cuore è sarzanese, l’altra è giallorossa, ho lasciato una grande fetta di cuore a Lodi. Credo che per un giocatore di hockey, Lodi sia il massimo: il primo anno è stato di transizione, una squadra forte che era stata smantellata, era rimasto solo Domenico Illuzzi. Subentrò Citterio come nuovo presidente, eravamo tutti ragazzi giovani con tanta voglia di fare bene: nonostante il ridimensionamento, il palazzetto era pieno. L’ho sempre definito “zoccolo duro” perchè in ogni occasione c’erano sempre quelle 800/900 persone che anche se giocavi per una salvezza, erano lì come se stessi puntando allo scudetto. L’hockey è tanto moda: se porti risultato c’è gente, altrimenti no. Lodi si distingue anche in questo: c’è una base importante di persone che venivano a vederci. Ricordo un anno in cui esordimmo in trasferta a Prato e mi trovai 50/60 persone in tribuna con la maglia giallorossa nonostante la distanza. Iniziai a pensare cosa mi aspettasse allora in casa e infatti nel debutto il palazzetto era stracolmo. Sono stati anni belli: lotta per la salvezza, per scudetti, Coppe Italia vinte. Ho visto il PalaCastellotti nel suo massimo splendore”.

Il momento, la partita, il trofeo che ti è rimasto dentro: quale sceglieresti e perchè?

Probabilmente la prima Coppa Italia vinta: ci trovammo a fare le finali a Forte dei Marmi e facemmo una bella cavalcata. Entrammo da quinti e furono 3 giorni stupendi. La prima contro il Viareggio, poi il Breganze; si pensava di ritrovare il Forte ma invece trovammo il Bassano. Anche il ritorno a Lodi, in cui ci aspettavano tutti dentro al palazzetto per festeggiare con la coppa. Il primo trofeo non si scorda mai”.

Anche se le strade si sono divise, che rapporto è rimasto con i tifosi lodigiani?

C’è sempre stata stima reciproca: io ho dato tanto a loro e loro tantissimo a me. Forse anche per il mio modo di giocare, sono sempre stato più combattente e meno tecnico. Con il fatto che mi hanno sempre visto così sono piaciuto, Lodi apprezza questo tipo di giocatori. Sin da piccolo sono sempre stato abituato a dare tutto. È sempre bello vederli in giro per l’Italia, dimostrano sempre il loro affetto. Una volta sono venuto a vedere una finale di Supercoppa e in tribuna ho ricevuto una standing ovation. Ho solo bellissimi ricordi e parole per tifosi e società. Quest’ultima mi aveva riconfermato, ma poi ho scelto altro perché stavo per diventare padre e avevo bisogno di riavvicinarmi a casa. Ma ho sempre apprezzato il fatto che avrebbero voluto continuare con me“.

Ti vedremmo mai in un’altra veste a Lodi? Allenatore, dirigente…

Ad ora non saprei rispondere: cerco di concentarmi sul momento e godermi questo “fine” carriera. Come allenatore non mi ci vedo ancora, ma la mentalità può cambiare. Ho sacrificato tanto della mia famiglia in questi anni e vorrei concentrarmi su di loro. Di certo continuerò a seguire le partite incastrandole con i vari impegni”.

C’è un rimorso?

Lo scudetto, al 100%. È stata una mazzata anche perchè ho fatto 3 anni a Lodi, il terzo anno (della Coppa italia vinta), a Gara 4 di finale scudetto eravamo in vantaggio 4-2, poi segnò Pedro Gil. Non era ancora una gara decisiva, ma sapevamo che là sarebbe stata difficilissima e infatti ci fu quasi un totale dominio loro. Pedro fino a quel momento non aveva fatto grandi cose, poi è venuto fuori e perdemmo 5-4. Ci sfuggì lo scudetto in pochi minuti. Penso che per quello che ho dato per l’hockey me lo sarei meritato, per chiudere il cerchio. Nell’anno del covid eravamo vicini ma bloccarono tutto, quindi poi tornai a Sarzana. Non bisogna mai dire mai, ma nella vita sono realista e il Sarzana deve investire tanto per determinati livelli. Abbiamo messo in difficoltà tanti, ma arrivare in fondo è un altro paio di maniche”.

Con quale compagno di squadra ti sei legato di più ai tempi di Lodi?

Sicuramente se considero gli ultimi 2 anni dico Checco Compagno: nonostante il divario di età (io ’88 e lui ’99), è sempre stata una persona speciale. Ma anche Domenico Illuzzi è stato speciale: abbiamo passato 5 anni assieme, nazionale insieme, vicini di età. Lo stesso Verona, Malagoli, persone straordinarie. Non ho mai avuto problemi con nessuno, ho sempre avuto un buon rapporto con tutti”.

Quanto è cresciuto Compagno?

Tanto! A livello di giocatore è veramente completo: ha fatto 2 anni in Spagna che gli sono serviti tanto e quest’anno è stato il valore aggiunto del Lodi. Ha tiro, tantissima tecnica, una buonissima fase difensiva. Oltre che, un ottimo uomo spogliatoio nonostante sia abbastanza giovane. Ha avuto una crescita importante: sono contento sia a Lodi, conoscendolo bene so cosa vuol dire anche per lui. Mi piacerebbe però vederlo anche in una realtà europea: vero che è stato nel Reus che è pieno di storia; ma meriterebbe di stare in un top europeo”.

Qual è il giocatore più forte contro cui hai giocato?

Sicuramente Pedro Gil, senza ombra di dubbio. È arrivato in Italia già formato e maturo, ti risolveva le partite in un niente. Prendo ancora in considerazione la partita che dicevo prima: è stato incisivo come sempre e in un minuto e mezzo ti ha risolto la partita”.

Come è cambiato l’hockey da quando hai iniziato a giocare?

Tantissimo, lo sport è sempre in evoluzione. Se una volta magari potevi permetterti di mantenere un ritmo più basso, ora è molto più dinamico e intenso. Ci sono stati tempi in cui un giocatore poteva farsi tutta la partita gestendo le energie; adesso c’è un ricambio continuo di giocatori e lo si vede nelle squadre un po’ più forti, in Italia e all’estero. Anche in fase difensiva c’è un attento studio e lavoro. Come in tutte le discipline, c’è una continua evoluzione”.

Cosa manca al movimento hockeistico italiano per fare il salto di qualità e raggiungere i club portoghesi e spagnoli?

Fondamentalmente all’estero c’è più cultura sportiva, in tutti gli sport. Ho avuto la fortuna di viaggiare e giocare in diverse parti e anche nei club minori hanno strutture pazzesche. Piste una attaccata all’altra, tralasciando Sporting e Benfica, ma anche un Calafel è una buonissima realtà. Due/tre anni fa abbiamo potuto vedere come ci fossero le piste per gli allenamenti attaccate a quella della partita. C’è bisogno di un budget da parte delle istituzioni, quindi le estere hanno un bacino economico maggiore. Però la nostra nazionale sta lavorando bene, come abbiamo visto anche negli ultimi risultati: speriamo di riuscire ad avvicinarci a queste realtà importanti. Nelle ultime competizioni si sono comportati bene”.

Il settore giovanile può essere una chiave?

Bisogna sempre starci dietro e avere persone preparare a formare i ragazzi. A Sarzana abbiamo una sorta di buco generazionale: ci siamo io, Borsi e Corona e poi arrivano i 2006/2007. Poi a cosa sia dovuto non saprei, ho frequentato Sarzana, sono stato via 5 anni. Ma stanno lavorando bene perché sono riusciti a portare delle squadre nelle finali nazionali giovanili. È un bel movimento nonostante siamo una realtà piccola. Bisogna capire che tante volte è meglio cercare di puntare su un giovane piuttosto che trovare speranza in un colpo all’estero. Io parlo per esperienza: quando ho iniziato in A2, l’allenatore del tempo ha avuto fiducia in me e chiaramente il più della crescita avviene durante le partite. Però tante società lo stanno facendo, come il Valdagno con i fratelli Crocco, il Monza… Gli stranieri sono importanti ma guardarsi in casa non fa mai male”.

Chi è secondo te l’allenatore più forte, più competente, più decisivo in Italia?

Parlando dei club di A1, Gigio Bresciani è davvero forte: anche se non ha vinto molto negli ultimi anni, ha dimostrato di saper lavorare bene con i giovani e con i giocatori più formati; prepara le partite in maniera maniacale. Non ho mai avuto la possibilità di giocarci assieme. Ma direi anche Bertolucci”.

Quale giocatore avresti voluto avere come compagno di squadra?

Sarò ripetitivo, ma già calcare la stessa pista, anche da avversario, di Pedro Gil è stato qualcosa di incredibile. Averlo in squadra sarebbe stato magico, lui su tutti perché è come il Messi o il Ronaldo dell’hockey. Per me lui è l’hockey: dal punto di vista della fame, del vincere i trofei. Quando con il Sarzana vincemmo contro il Forte dei Marmi la Coppa Italia, lui era già avanti con l’età e poi avrebbe smesso. Un sogno sarebbe stato condividere lo spogliatoio con lui”.

Cosa ne pensi di Facundo Ortiz? Accostato al Lodi per la prossima stagione.

Facu è una persona squisita: in 3 anni non ho mai avuto un problema con lui. Poi chiaramente è un combattente, meno tecnico ma è un giocatore importante che ha avuto una crescita pazzesca. Darà una grossa mano all’Amatori perchè è di sostanza, è stato in un campionato fisico come quello francese. Sono felice che potrà vivere un ambiente come Lodi, meno contento io che l’avrò come avversario“.

Cosa ne pensi dell’HVS?

La tecnologia è importante: sono contento, ci sono stati episodi in passato che magari adesso non accadrebbero. Mi viene in mente un rigore di Querido in Gara 3 con il Bassano, quel gol non dato che era stato uno scandalo. Sicuro con la tecnologia non sarebbe successo. Non so in quanti però saranno in grado di attrezzarsi perchè è un grande impegno economico. Una mano dalla federazione sarebbe bene averla”. 

Chi vince lo scudetto tra Trissino e Bassano?

È molto equilibrata: inutile nascondermi, mi sarebbe piaciuto vedere il Lodi. La finale è comunque giusta: sono due squadre che sono state lì davanti, forse le due più attrezzate. La differenza la faranno i portieri: sono tutti fortissimi. Parliamo comunque di due squadre che davanti fanno male e sanno mettere la pallina dentro. Forse il Trissino ha qualcosa di più ma anche gli altri non sono da meno. Hanno un’intensità pazzesca, giocano a memoria. Il Bassano è più compatto, ma anche loro hanno giocatori importanti“.

Presto Andrea Fantozzi giocherà con la maglia del Sarzana: a Lodi è sempre stato un giocatore di qualità anche senza portare a casa trofei. Quanto può portare ad una realtà come quella rossonera?

È un giocatore che ha sempre fatto bene, aveva davanti squadre che non gli hanno permesso di portare a casa un trofeo. Sono contento di poterci giocare assieme anche perchè è stato a Lodi quando non c’ero, è un ragazzo giovane che si merita soddisfazioni. Qua a Sarzana è l’ambiente giusto per stare tranquillo, per non avere pressioni. Potrà fare bene come a Lodi e in altre società“.

Un aneddoto particolare di spogliatoio?

Parlate con una persona super scaramantica: non saprei, c’è stato l’anno della Coppa Italia di Lodi in cui un giorno a settimana ci trovavamo tutti insieme a casa a guardare le partite degli altri. Era nata così in un momento di compagnia e condivisione e poi siamo andati avanti fino in fondo. Abbiamo avuto la fortuna di giocare tanto ed era diventato dunque un appuntamento fisso. Poi ce ne sono altri che non si possono dire. C’era stato un anno in cui facevamo le votazioni post allenamento di chi sia era allenato peggio, scrivevamo il numero del giocatore su un foglietto e chi veniva indicato doveva pagare una multa. Ovviamente le votazioni erano segrete”.

Creami il tuo quintetto titolare inserendoti all’interno.

Ho giocato contro talmente tanti giocatori che non saprei. Partendo dal portiere, dico Cunegatti che penso sia stato il migliore di tutti i tempi. Poi Pedro Gil sicuramente; Checco Compagno così è contento. Personalmente ho sempre avuto un debole per Ale Verona, sia per quello che ha fatto a Lodi che quello che sta facendo allo Sporting; a livello italiano è il più completo. Sono stati tutti giocatori importanti per me”.

Si ringrazia Francesco De Rinaldis e la società Hockey Sarzana per la disponibilità.

Intervista a cura di Luca Maninetti e Giulia Mazzoleni.

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