Alberto Amadei, cresciuto a San Bernardo, è stata una bandiera dei bianconeri. Ecco le sue parole sullo Stadio La Dossenina
Alberto Amadei, cresciuto a San Bernardo, è stata una bandiera dei bianconeri. Ecco le sue parole sullo Stadio La Dossenina a Il Cittadino:
Su come è arrivato al Fanfulla: “Giocavo a San Bernardo negli allievi regionali e volevo sempre restare attaccato ai miei amici ed al mio oratorio. Diego Ciceri, che mi conosceva perché abitava a San Bernardo, divenne direttore generale del Fanfulla con la presidenza Campagnoli e mi volle portare in bianconero. Avevo soltanto 17 anni e disputai una parte di campionato nella formazione Berretti allenata da Sergio Colombo e poi cominciai ad allenarmi con la prima squadra e ci rimasi con davanti due grandi attaccanti come Danilo Regonesi ed Augusto Vanazzi“.
Sull’esordio: “Lo ricordo benissimo. Era il 1978, ultima giornata di campionato a Lodi contro il Carpi, entrai nel secondo tempo e feci il gol del 2-2. A quei tempi noi dovevamo salvarci e quello fu un gol davvero importante“.
Sulla sua carriera da calciatore: “Ho giocato in belle squadre e società sane. Fiorenzuola, dove ho vinto un campionato, poi a Leffe ad Albino, a Castano Primo dove c’era un presidente che ricordo molto appassionato e molto benestante e in squadra avevamo giocatori che avevano fatto la Serie A, tipo De Bernardi, Defendi, Ferraris, poi a Corbetta dove anche ho vinto il campionato. Nel 1990 il buon Aldo Jacopetti venne a prendermi per giocare di nuovo nel Fanfulla e mi fece molto piacere“.
Sul motivo per cui non è riuscito a fare tanta carriera: “Io dico sempre che se uno arriva a giocare dove ha giocato, è perché la sua categoria era quella. Poi tante volte ci vuole un po’ di fortuna e tieni presente che l’anno in cui sono andato nella Nazionale di Serie C con Claudio Cremonesi, anche lui fanfullino, eravamo in sedici giocatori e quattordici di questi sono andati a giocare in squadre professionistiche ed addirittura in Serie A come Pintauro, Marchetti, Cuoghi e Maestroni, per fare alcuni nomi. A quei tempi era diverso, non c’erano i procuratori che tracciavano la tua carriera. Ricordo che al Fanfulla guadagnavo 350.000 lire lordi e non ti nascondo, senza vergogna, che noi in casa non è che potevamo permetterci tante cose. Arrivò il Binasco che mi offrì 10.000.000 di lire più premi partita ed me ne andai lasciando il Fanfulla. Con il senno di poi dico che quello fu l’errore della mia vita, perché avrei dovuto restare davvero. Aggiungo che a quei tempi, un allenatore poteva farti fare carriera, come te la poteva rovinare. La società credo che avrebbe dovuto fermarmi nella scelta di andare via, anche perché quell’anno c’era l’Avellino, che era in Serie A, ed era interessato a me. Io ho sbagliato la scelta, ma ero un ragazzo, ero giovane e non avevo la maturità che oggigiorno hanno i ragazzi di 19 anni“.
Sull’Inter: “Nel secondo anno della Serie C2 facemmo un’amichevole con l’Inter e fui visionato. Ero molto gracilino, non arrivavo ai 70 kg. Mi mandarono da Armando Onesti, che era il preparatore atletico dell’Inter e restai in ritiro dieci giorni e ricordo ancora oggi quello che mi ha fatto fare. Sono tornato a casa con qualche chilo di muscoli in più“.
Sul Fiorenzuola: “Avevamo una squadra fortissima ed abbiamo vinto anche il campionato. Lui era molto bravo. Lento, ma aveva due piedi incredibili, dribbling stretto e visione di gioco fantastica. A Fiorenzuola mi sono anche molto divertito oltre ad avere giocato insieme a giocatori molto forti“.
Su cosa non farebbe se tornasse indietro: “Molto probabilmente non farei più la scelta di passare dal Fanfulla al Binasco. Ma sai a quei tempi anche chi mi aveva portato al Fanfulla se ne era andato, insomma erano cambiate le persone e mi è mancato il giusto punto di riferimento che mi potesse guidare e fare prendere la giusta decisione per me“.
Sul San Bernardo: “I più bei momenti della mia gioventù li ho passati con lui. All’oratorio con don Angelo Carioni era la nostra giornata. Noi uscivamo da scuola e si pensava subito ad andare all’oratorio per fare la partitella nel campetto di cemento o di terra e don Angelo giocava con noi, era fantastico. Per me è stato una vera guida. Un uomo che mi ha sopportato e mi ha supportato, per ogni mio problema io correvo da lui. Per me è stato veramente qualcosa di grande ed ancora oggi mi manca. Pensa che a casa mia ho una sua foto gigantesca“.
Sul Fanfulla: “Quando sono tornato nel 1990 avevo una motivazione importantissima e ricordo di avere dato il meglio di me stesso. La cosa che mi fa enorme piacere è trovare gente che si ricorda ancora di Alberto calciatore. Da genitore vedere i propri figli giocare con la maglia della squadra che è stata anche la tua, è un’emozione unica. Mio figlio Andrea, ha esordito nel Fanfulla in Eccellenza e poi ha avuto un problema al piede che, dopo un’operazione, lo ha costretto a smettere con il calcio. Alessio, il mio secondo figlio, l’anno scorso ha esordito in serie D a Desenzano segnando dopo pochi minuti, proprio come feci io nel mio esordio quarantasette anni prima ed in quell’occasione mi sono commosso“.
Su come vede la situazione tragica del Fanfulla: “Tristezza infinita, pensare che una società come il Fanfulla abbia fatto questa fine, è veramente brutto e desolante e ti dico con tutto il cuore che se ci fosse uno spiraglio per fare qualcosa lo farei, come accadde qualche anno fa quando mi fu chiesto. Sono uscite qualche tempo fa delle notizie che mi vedevano all’interno di una cordata per l’interesse di acquistare il Fanfulla, ma si trattava di notizie senza fondamento e non vere. Dentro di me c’è veramente la volontà di fare qualcosa. Se un Aldo Jacopetti avesse ancora voglia, io sinceramente sarei presente e mi piacerebbe potere dare una mano. Vedere la Dossenina chiusa è triste e desolante. Nel calcio bisogna avere le conoscenze e le capacità, come si farebbe per gestire ogni altra azienda, non si può improvvisare. Dopo Aldo Jacopetti non c’è stata più una società solida. Però ripeto è questione di capacità. I lodigiani, intesi come i tifosi, hanno ancora l’interesse per il Fanfulla, però dopo devono intervenire altri fattori ed altre spinte, che suscitino l’interesse di imprenditori. Giocare in Promozione o essere gestiti da determinate persone non suscita alcun interesse“.
Sul post calcio: “Ho lavorato, mi sono dato da fare. Devo dire che già quando giocavo a calcio avevo iniziato a lavorare per Aldo Jacopetti. Non sono stato solo un suo giocatore, ma anche un suo dipendente nella società di Vigilanza Privata che lui gestiva. Alla mattina lavoravo per la Vigilanza ed il pomeriggio mi allenavo per il Fanfulla. Oggi sono 33 anni che lavoro per un’azienda, come responsabile commerciale per tutto il territorio nazionale. Si tratta di un’azienda che fa parte di un gruppo multinazionale che si occupa di macchine per la pulizia piccola, media e grande industria, municipalizzate, enti pubblici, eccetera. Un brand leader nel settore“.
Sul motivo per cui nessuno ha voluto aiutare il Fanfulla, nonostante la possibilità di farlo: “Io ho il bar Masseroni e poi ho fatto anche un intervento edilizio a San Bernardo che è andato bene. Mi ricordo che, ai tempi, l’amministrazione comunale mi chiamò e mi venne chiesto di fare qualcosa per il Fanfulla: garantii una sostanziosa sponsorizzazione. Oggi sinceramente ci sarebbero delle possibilità, con importanti imprenditori che potrebbero fare qualcosa ed invece non fanno niente, questo è desolante, ma un perché non so darmelo“.
Sulla sua famiglia: “Mi ritengo un uomo fortunato, con una bella famiglia e due bravissimi ragazzi. Alessio si è diplomato quest’anno e gioca a calcio ed Andrea, gastronomo e sommelier, è nel programma di Rai 1 È sempre Mezzogiorno, condotto da Antonella Clerici. Per me è motivo di orgoglio ed emozione per entrambi“.
Sulla differenza di crescita dei giovani tra oggi e il 1970: “Bella domanda. Oggi se sei fisicamente portato, la tecnica te la possono insegnare. Ci sono società che hanno buoni allenatori ed un ragazzo dai 14 ai 17 anni ha margini di miglioramento notevoli, se viene seguito bene e viene curato da persone capaci. È certamente più facile oggi, una volta la tecnica prevaleva, oggi prevale la prestanza fisica e la corsa“.
Su cosa ha rappresentato per lui il Fanfulla: “Tanto, perché oggi quando penso a quei tempi mi viene in mente l’orgoglio del mio papà che era lodigiano. Al Bar Masseroni sono esposte foto del Fanfulla degli anni in cui ho giocato. Per me da lodigiano, ha rappresentato davvero tanto“.
Sul Gruppo Ex Guerrieri Fanfullini: “Regna uno spirito di passione, che era quello che c’era una volta. Anche quando facevamo la Serie C ci allenavamo di sera e la maggior parte della gente lavorava, quindi attaccamento alla maglia e sicuramente dei bei ricordi“.
