Ariel Brescia, ex storico giocatore dell’Amatori Lodi, si racconta in esclusiva ai nostri microfoni. Di seguito riportiamo le sue parole
Nella lunga intervista rilasciata in esclusiva ai nostri microfoni di tuttolodi.it, Ariel Brescia ci racconta aneddoti, sensazioni, gioie, dolori, punti di vista circa la sua carriera da giocatore. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni.
L’intervista completa
Sei nato e cresciuto hockeisticamente a San Juan, la culla mondiale dell’hockey su pista. Che atmosfera si respirava da bambino e come è nata la tua passione per i pattini?
“La mia passione è nata per mio papà appassionato di hockey, è stato giocatore anche lui. Abitavo vicino alla squadra di Concepción, dove sono cresciuti Carlos Coria, Mario Aguero, Carlos Moreta. Abitavo a 100 metri. Io avevo 3/4 anni e mi ha portato a pattinare nonostante piangessi. Carlos Coria faceva l’allenatore, mi ha preso e spiegato le cose, io mi tranqullizzai e ho iniziato a giocare”.
Hai vestito la maglia del Concepción Patín Club, una vera istituzione. Qual è il ricordo più intenso che conservi dei tuoi anni nella Liga Nacional argentina?
“Il ricordo più bello a livello nazionale è aver vinto tutto: Campionato argentino, quello locale di San Juan. Il 1994 quando abbiamo vinto la Lega Nazionale e la classifica cannonieri. Ancora oggi detengo il record di gol”.
Dai campetti di San Juan alla chiamata in Europa: cosa ha significato per te, così giovane, lasciare l’Argentina per trasferirti in Italia nei primi anni ’90?
“Sono arrivato l’8 dicembre 1989 a Vercelli. Giocava Osvaldo Raed che era una vecchia conoscenza di San Juan. Vercelli andava bene. Con Concepcion abbiamo vinto: il presidente del Monza e non solo quindi mi avevano notato, ma mi ha raccomandato di andare a Vercelli Raed”.
Il tuo debutto in Serie A1 è avvenuto con l’Amatori Vercelli, un’altra piazza storica. Che tipo di impatto hai avuto con il gioco italiano, tatticamente così diverso da quello sudamericano?
“Nell’86/88 avevano vinto il Mondiale con Marzella, Crudeli, Mariotti e noi li guardavamo come idoli. Quando mi hanno chiamato per andare per me è stata una sorpresa. Era giocare con dei campioni e imparare. In Italia era tutto più veloce, vedevo Marzella, come tirava le punizioni di prima. Loro erano molto precisi”.
C’è un aneddoto particolare o divertente legato ai tuoi primi mesi in Italia, magari alle prese con la lingua o con lo stile di vita?
“Quando sono arrivato, il secondo giorno non parlavo italiano e c’era Raed con me. Arriva la cameriera e non sapevo cosa dirle, allora lui mi ha iniziato a insegnare della parole ma erano sbagliate, mi faceva dire le parolacce”.
Nella tua carriera hai girato diverse piazze lombarde, tra cui Seregno. Quali sono state le differenze principali che hai riscontrato tra i vari club in cui hai militato?
“Prima di Seregno sono stato 3 anni a Viareggio, siamo saliti in A1. Abbiamo vinto l’A2 contro il Seregno. Da lì sono andato proprio lì per un anno: non è stata una buona esperienza perché non mi avevano capito bene. Da lì poi tutto benissimo, a Viareggio, Vercelli, Novara, Lodi.. a Seregno non ho avuto una buona esperienza sul piano sportivo, non giocavo tanto nonostante fossi quello che ha segnato di più”.
A Lodi sei diventato un idolo indiscusso del PalaCastellotti. Cosa rendeva (e rende tuttora) la piazza di Lodi così speciale per un giocatore di hockey?
“Prima di andare a Lodi ero a Vercelli e quando sono andato a Lodi in quell’anno era retrocesso in A2. Avevano fatto una squadra per l’A2 e poi siamo saliti in A1 dove abbiamo fatto bene. Mister e presidente mi sono venuti a cercare a Vercelli. Di Lodi mi piaceva la piazza: i tifosi mi insultavano perchè segnavo sempre. La mia compagna in quel momento mi diceva di non andare, ma io ero convinto di cambiare l’idea della gente segnando. Quando abbiamo fatto la presentazione, un tifoso mi ha chiesto quanti gol avrei fatto e io gli ho detto che avrei fatto il meglio e così ho iniziato a segnare a raffica”.
Nella stagione 2007-2008 hai trascinato l’Amatori Lodi a suon di gol, lottando ai vertici della classifica marcatori con campioni come Alessandro Bertolucci. Ti consideravi un “animale d’area di rigore” o preferivi costruire l’azione?
“Ho finito 4°/5° nella classifica marcatori, poi siamo stati ripescati ma eravamo organizzati per l’A2. L’allenatore era Perin, prima faceva il doppio ruolo, era un attaccante come me ed è stato lui a volermi fortemente a Lodi. Da piccolo anche in nazionale ero regista, poi sono cambiato e ho iniziato a giocare davanti e segnare. Già segnavo molto da regista.”
C’è una partita specifica con la maglia del Lodi che rigiocheresti domani mattina, magari per rivivere un’emozione o per cambiarne l’esito?
“Rigiocherei contro il Valdagno, quando da loro abbiamo vinto 3-1 in semifinale di Coppa Italia. Le partite con loro e Viareggio erano molto sentite, anche con il Novara. Quello che mi è mancato a Lodi è stato vincere qualcosa di importante, quell’anno c’era l’incredibile Follonica”.
In quell’epoca c’era una squadra davvero molto forte: il Follonica dei fratelli Bertolucci e fratelli Michelon. Esiste una similitudine con il Trissino di questi anni?
“Per me quel Follonica lì era incredibile, ha vinto la Coppa dei Campioni. Era irraggiungibile tatticamente e fisicamente, una macchina. A Vercelli vincevamo 5-1, poi si svegliavano e perdevamo 8-5. Vincevano sempre. Il portiere Silva, i due Michelon, i due Bertolucci”.
Ti piacciono i fratelli Bertolucci allenatori? Meglio Alessandro o Mirko?
“Alessandro ha avuto più carattere, Mirko più tecnico. Sono stati entrambi grandi giocatori. Mi ha sorpreso Alessandro come allenatore perchè aveva già carattere, grintoso, parlava con i compagni, era destino facesse l’allenatore. Ha fatto grandi cose a Sarzana, a Trissino ora anche a Bassano. Mirko sta facendo grandi cose con la Pumas”.
Nella tua epoca d’oro, la Serie A1 italiana era probabilmente il campionato più difficile e competitivo del mondo. Chi è stato il difensore più duro da superare o che ti marcava in modo più asfissiante?
“Per me è stato Dario Rigo del Valdagno: era un giocatore micidiale, mancino, difficile superarlo per un destro”.
E tra i portieri? C’era un numero uno avversario che consideravi la tua vera “bestia nera”?
“Ho giocato con lui: per me è stato Cupisti. È stato incredibile, a Viareggio con e contro di lui. Quando si arrabbiava minacciava di non farci fare più gol e allora chiudeva la porta. Aveva riflessi impressonanti, come parava, era sempre al posto giusto al momento giusto”.
Cosa ne pensi di Valentin Grimalt?
“È fortissimo, un bravissimo portiere. Per me il migliore ora è il portiere della nazionale argentina che ora è al Benfica, Conti Acevedo. È stato il secondo di Valentin: adesso con la sua esperienza ha vinto la Champions e ora lo scudetto”.
E del Cacu Velasquez cosa ne pensi?
“Anche lui bravissimo, l’ho visto da piccolo. Ora farà anche lui il mondiale in Paraguay. È il futuro”.
Qual era il tuo segreto o il tuo colpo preferito per beffare i portieri avversari? Ti allenavi in modo specifico sulla rapidità del tiro?
“Io arrivavo in area e giocavo con la testa alta: se il portiere si avvicinava tiravo accompagnato; se invece rimaneva fermo allora ne approfittavo per fare la finta. Devi decidere in pochi secondi. Per un attaccante è importante tenere alta la testa per capire il comportamento del portiere. Francesco Amato aveva un ottimo tiro accompagnato, sempre lo stesso ma era micidiale perchè sempre gol”.
Chi è stato il compagno di squadra con cui hai avuto la migliore intesa in pista, quello con cui vi capivate a memoria con un solo sguardo?
“A Novara sono stato con Molina: ci intendevamo con uno sguardo. Con Marcelo Lopez a Breganze, era un ragazzo molto abile. Con Raed mi capivo al volo, con Alan Karan a Lodi”
Hai fatto parte della Nazionale argentina in anni di fortissima transizione e talento. Che emozione si prova a indossare la maglia albiceleste?
“È un orgoglio, non ho avuto fortuna di essere campione del mondo, sarebbe stato bello vincere un mondiale”.
L’eterna sfida tra Argentina e Spagna/Portogallo: cosa hanno i giocatori argentini, a livello di “garra” e fantasia, che manca agli europei?
“Il giocatore argentino è molto abile e tecnico. Ora giocano tutti in Europa e fanno il salto di qualità, imparano la velocità e la tecnica individuale, la forza che in Argentina manca. Qui l’hockey non era professionistico, in Europa diventa il tuo lavoro. Per quello che l’Argentina è forte ora, perche i giocatori crescono in Europa”.
Come è cambiata la tua vita dopo aver appeso i pattini al chiodo? Sei rimasto legato al mondo dell’hockey o hai intrapreso strade completamente diverse?
“Vado qualche volta a vedere qualche partita, quelle del campionato europeo le guardo sempre in tv. La mia vita è cambiata molto: ho continuato con l’attività di famiglia, ho gli alberghi e appartamenti in affitto, con mio fratello”.
L’hockey su pista di oggi è molto più fisico, veloce e regolamentato rispetto a quello degli anni ’90 e 2000. Ti piace questa evoluzione o preferivi il romanticismo e la tecnica della tua epoca?
“Preferisco la tecnica di quell’epoca, lo sport è cambiato, come il calcio e il basket. Hanno cambiato le regole: prima non si fischiava tanto, era più maschio, ora ci sono delle punizioni di prima e si rimane in uno in meno. Prima era più tecnico e più bello da vedere e ci sono dei palazzetti che erano strapieni, ora è meno seguito”.
Se un giovane hockeista di San Juan oggi ti chiedesse un consiglio prima di trasferirsi a giocare in Europa, cosa gli diresti?
“Sono arrivato in Italia a 17 anni, meglio essere un più maturi, data anche la nuova lingua e cultura. Bisogna avere carattere, meglio a 20/21 anni con più esperienza. Io quando sono arrivato a Vercelli, c’era gente come Colamaria che aveva 30 anni. Non è facile all’inizio perché devi imparare tutto, però era il mio sogno”.
Guardando indietro a tutta la tua carriera, dalle prime rotelle a San Juan ai gol decisivi in Italia: qual è il lascito (ricordo) più grande che l’hockey su pista ha dato alla vita di Ariel José Brescia?
“Mi ha fatto maturare moltissimo, mi ha fatto crescere come uomo e persona perché ero lontano dai miei genitori e ho iniziato a decidere per me, da solo. È stata una bella esperienza, ho dovuto risolvere le cose sempre da solo e imparare veloce”.
Qual’è attualmente il giocatore più forte in circolazione in Serie A?
“Ora è Giulio Cocco: è molto intelligente, ha un’abilità con la stecca incredibile, ha vinto la classifica cannonieri. Il Trissino con lui e senza di lui sono due squadre”.
Cosa ne pensi di Facundo Ortiz?
“Non lo conosco tanto, l’ho visto poco perché poi è andato in Francia. Da quel che ho visto a Sarzana però può solo che fare bene”.
Ti rivedi in qualche giocatore attuale? C’è un Ariel Brescia 2.0?
“Non è facile da trovare perchè adesso quasi tutti sono portatori di palla. Io facevo i blocchi e giocavo per la squadra anche senza palla. Dovevo essere pronto per buttarla dentro. Ora tutti devono portarla: sono pochi che lavorano in area senza palla. Marzella e Amato i miei esempi. Attualmente non ce ne sono”.
Cosa ne pensi del lavoro di Gigio Bresciani con il Lodi? E del ritorno di Najera?
“Sta facendo un lavoro buonissimo e poi ho visto che adesso torna Najera che a me piace tantissimo. Quando è andato via da Lodi mi è dispiaciuto. È molto intelligente e fa giocate bene la squadra. Compagno è diventato il leader: assieme a Najera faranno grandi cose, Checco può giocare più sciolto”.
Come vedi questa Argentina ai Mondiali?
“Prima era molto dipendente da Messi. Ho visto bene Francia e Spagna anche. La favorita per me rimane la Francia”.
Cosa ne pensi dell’HVS?
“Va benissimo, mi sembra una cosa buona. A volte la pallina non sai se è entrata o meno, se ci sono falli da rigore ecc quindi è importante”.
Si ringrazia Ariel Brescia per la disponibilità.
Intervista a cura di Luca Maninetti e Giulia Mazzoleni.
