12 Giugno 2026
Enric Torner

Enric Torner, ex giocatore dall’Amatori Lodi ora in forza al Viareggio, si racconta in esclusiva ai nostri microfoni. Di seguito riportiamo le sue parole

Nella lunga intervista rilasciata in esclusiva ai nostri microfoni di tuttolodi.it, Enric Torner ci racconta aneddoti, sensazioni, gioie, dolori, punti di vista circa la sua carriera da giocatore. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni.

L’intervista integrale

Dalla Catalogna all’Italia: Qual è stato il primo impatto con il campionato italiano quando hai deciso di lasciare la Spagna?

Tempo fa, 13/14 anni quello che mi ha fatto venire in Italia innanzitutto è stata la squadra dove andavo, puntare a vincere in Italia e in Europa. In Spagna a quel tempo non c’era il tifo: a Viareggio c’era il palazzetto tutto pieno. Anche quando ero a Igualada e sono andato a Lodi, ho visto la differenza. In Spagna fai fatica a vedere queste cose”.

Cosa ti ha sorpreso di più del nostro hockey?

Il tifo: si fanno i pullman per le trasferte cose che in Spagna si fa solo per situazioni importanti. Qua ogni weekend la gente si sposta con la squadra. Poi il gioco: molto verticale, ogni squadra sa sfruttare bene quello che ha. In Spagna e Portogallo sono più tattici. Gli allenatori poi riescono con giocatori normali a fare grandi campionati. Ogni sfida è uno scontro importante: la mentalità fa la differenza, è tutto aperto. In Spagna si sapeva già l’esito della sfida, si “giocava” anche con i cartellini”.

Quali sono state le maggiori difficoltà tattiche o fisiche che hai dovuto superare per importare il tuo stile di gioco in Serie A1?

Fisicamente gli allenamenti sono molto simili; tatticamente in Spagna si gioca di più così, ma qua l’hockey è più divertente. Il campionato spagnolo ha le sicurezze ma lo rende più noioso”.

A Lodi hai vissuto due stagioni intense e ricche di passioni. Il primo anno hai vinto lo scudetto ma in un momento che fuori dalla pista era assai preoccupante, parlo chiaramente del Covid. Come hai vissuto quei momenti e come viveva la squadra questa situazione?

Era un momento partiticolare perchè si veniva dallo stop della stagione prima. Io sono arrivato in una situazione nuova dove non si sapeva se si giocava. Tanti test, zero pubblico e non arrivavo dal mio migliore momento di testa. Per me è stata però una vittoria perché ho ripreso a giocare a hockey: ringrazio Mariana, la psicologa, grazie a lei sono tornato in pista. Poi un bel gruppo, Gigio Bresciani allenatore, ci ha portato a lottare per un campionato. Rimane aperta la questione pubblico: ci è mancato per il covid, però era la situazione che lo imponeva”.

Qual è il momento più bello che hai vissuto a Lodi, scudetto a parte?

Entrare in pista e divertirsi, poteva essere la finale come la regular season. Tornare a godere di hockey, divertirmi. Nei momenti difficili uno non sa come fare, perde voglia di allenarsi. Trovarsi in questa situazione e poi vincere è una doppia vittoria. Lo psicologo è importante nello sport e nella vita”.

Hai qualche rimorso?

Il pubblico, che è mancato nei periodi del Covid”.

Jordi Mendez ad oggi è l’attaccante più forte in Italia?

È come un fratello minore nonostante la stazza fisica. Usciva dalla Spagna anche lui con la situazione del covid. Parliamo la stessa lingua, il catalano. Ci siamo trovati subito bene, sapeva cosa voleva l’allenatore e si è migliorato dentro l’area per fare gol. Ci capivamo anche senza guardarci: questo ci ha permesso di divertirci e godere di momenti dentro e fuori la pista. Gli ho scritto per fargli i complimenti per il campionato. In Spagna non lo hanno saputo valorizzare: in Italia e nel mondo lui è uno dei più forti attaccanti. Meriterebbe la chiamata della Nazionale e di un grande club. Con il Trissino è sempre decisivo: purtoppo l’hockey sta lasciando il livello italiano un po’ al di sotto”.

Hai avuto modo di conoscere Morgan Antonioni al tuo ultimo anno. Quanto è cresciuto rispetto a prima?

Morgan sta facendo la sua storia a Lodi: è arrivato molto giovane e sicuramente è andato nel posto giusto per crescere. Gigio riesce a tirare fuori il meglio in giovani ed esperti: ogni giorno ti sta addosso, ti corregge e ti fa crescere. Morgan sta crescendo e lo dimostra in pista, può ancora migliorare”.

Quanto è stato difficile lasciare Lodi e cosa ti manca di più di quell’ambiente?

Ora sono in Versilia tranquillo con la mia compagna e mia figlia. La squadra mi tratta bene. Ma sono molto competitivo: se volessi tornare a vincere potrei valutare”.

Prima dell’esperienza al Lodi hai vissuto anni felici ma soprattutto vincenti a Forte dei Marmi. Com’era giocare con Pedro Gil?

Di Pedro si è sempre vista l’esplosività, il gol.. io invece ho sempre osservato la sua professionalità. Non è semplice avere quella regolarità e costanza di ogni giorno di essere al 100%. Come compagno e amico mi piace di più la parte che ho imparato prima della partita che in partita, la sua professionalità”.

Cosa rendeva speciale quel gruppo a Forte dei Marmi e qual era il segreto della continuità ad alti livelli di quella società?

Sicuramente la voglia di vincere, arrivare in un posto dove l’hockey è stata una tradizione e non avevano mai vinto. Sfruttare quel momento in cui hanno portato giocatori importanti, anche la gente stessa e il suo entusiasmo è stata la chiave per portare avanti la situazione“.

Qual è stato l’avversario più forte che hai mai affrontato? Il giocatore con il quale ti sei più legato e il compagno più forte con cui hai giocato?

L’avversario dico Pau Bargalló. Come compagno ho detto prima di Jordi Mendez, per il feeling. Il compagno più forte, il “Nolito” Romero: per me lui è fortissimo”.

Pensi che Najera possa essere il giocatore più importante per il Lodi, che è effettivamente mancato in questa stagione?

Non mi piace tanto dire “c’era Pablo, non c’era Pablo”. Pensare così è come mancare un po’ di rispetto alla società. Era un giocatore molto importante per il Lodi, bravo con i pattini e difficile da difendere. Però sminuire il lavoro fatto dalla squadra non lo trovo giusto”.

Che legami hai con Gigio Bresciani? Quanto è stato importante per te?

Prima l’ho conosciuto in pista al Thiene e poi al Forte dei Marmi: è un allenatore professionista che dedica il suo tempo a guardare le partite e nella fase video per correggere. A volte può sembrare pesante ma è il suo carattere e bisogna averlo: se non ce l’hai non cresci. Mi ha fatto giocare l’hockey che piace a me, con responsabilità. Ho sempre belle parole per lui perchè a Forte e a Lodi mi ha fatto diventare il giocatore che sono. Se potrò rivederlo ne sarò contento: ha ancora davanti tanto da insegnare”.

Ora un passaggio al Viareggio: cosa ti ha spinto a sposare il progetto di Viareggio e quali stimoli diversi trovi in questa piazza rispetto alle tue precedenti esperienze?

Avevo diverse opzioni di dove andare a giocare ma aspettavo una bambina. Il Viareggio era una piazza che la guardavo già prima di arrivare in Italia: come detto prima, il palazzetto pieno volevo viverlo. Subito ho detto al ds del Viareggio se mi proponeva un progetto, altrimenti smettevo. Me lo ha presentato, ho accettato perché mi impegnava nell’hockey ma mi lasciava tempo anche per la famiglia”.

Giocare in un tempio dell’hockey come quello di Viareggio dà sempre una carica speciale. Come descriveresti l’atmosfera che si respira lì dentro durante le partite che contano?

Al derby con il Forte dei Marmi era bellissimo perchè il palazzetto era stracolmo. Poi le presenze sono calate per la retrocessione in A2. Per riuscire a riportare la gente dovevamo magari guadagnarci la semifinale per avere più tifosi. Sfrutto il momento per promettere di fare meglio la prossima stagione”.

Quali sono i traguardi realistici che vi siete posti con il Viareggio per la prossima stagione? E se in questa c’è effettivamente qualche rimorso per come è andato il play-off?

Per il prossimo anno obiettivo è fare meglio di quello appena passato: siamo arrivati terzi, in Coppa italia fatto bene, però poi ci è mancato quel qualcosa in più. Merita la società, la squadra e i tifosi”.

Come è cambiato l’hockey su pista da quando hai iniziato a oggi? Le nuove regole e la velocità di gioco favoriscono il talento o la fisicità?

Quando ho iniziato a giocare il regolamento era completamente diverso. Sta diventando ora un po’ come il calcio: tanto spettacolo ma poco hockey. Dare importanza all’arbitro è un errore: non dico che non siano capaci, ma si perde lo spettacolo. La gestione dei cartellini, quando è punizione di prima o no… bisogna trovare il mix giusto tra l’hockey attuale e quello di prima. Quest’anno hanno sbagliato tanto, nessuna società è rimasta contenta”.

Se dovessi scegliere i 4 compagni di squadra ideali con cui hai giocato in Italia per formare il “quintetto perfetto”, chi sceglieresti?

Senza dubbio Jordi Mendez. In porta ho l’imbarazzo della scelta. Ci sono tanti giocatori con cui mi sono trovato bene sia a Lodi che a Forte che a Valdagno“.

Come ti stai trovando con Ambrosio?

Mi ci trovo molto bene, ogni anno che passa e si gioca insieme ci si trova di più. A Forte dei Marmi il primo anno è stato difficile perchè ha saltato tante partite. Poi ha potuto giocare di più, anche con tranquillità. Lo osservo tanto in allenamento ed è fortissimo. Anno dopo anno è sempre costante in realizzazione. È un grande giocatore”.

Ormai vivi nel nostro Paese da tantissimo tempo. Ti senti un po’ italiano o la Catalogna resta il tuo unico punto di riferimento?

La mia compagna è italiana, mia figlia è nata qua ma non mi fa italiano. Mi piace l’Italia ma quando torno a casa mi piace stare lì, il clima, la gente, gli amici. Ho la fortuna che con la mia compagna possiamo fare un po’ e un po’. Quando sei giovane è un’esperienza, quando si ha famiglia ha bisogno di tornare a casa. Io mi sento catalano”.

Hai già pensato a cosa farai quando deciderai di appendere i pattini al chiodo? Ti piacerebbe rimanere nel mondo dell’hockey, magari come allenatore o dirigente?

Ad oggi no, so cosa voglio fare dopo l’hockey: staccherei dal momento che non gioco più. Ti toglie tanta energia perché non è come il calcio, manca quella professionalità lì. I viaggi, i pullman stancano. Quando gai ciò da appena arrivato è bello, ma poi stanca. Il mio sport comunque mi piace, non si sa mai”.

Se guardi indietro alla tua carriera, c’è una decisione che non rifaresti o un trofeo mancato che ti dà ancora fastidio? E qual è invece il tuo orgoglio più grande?

È una domanda che mi sono posto spesso: sono stato fortunato di vivere tante cose, giocare sempre per vincere, conoscere la mia compagna, avere una figlia… non potevo chiedere altro. Forse uno pensa di tornare in Nazinale o giocare in una grande società ma io mi accontento di quello che ho vissuto. Nel mondo dello sport è difficile fare una carriera così”.

Cosa dici ai ragazzi delle giovanili che ti guardano come un modello e sognano di fare il tuo stesso percorso?

Senza impegno non si va da nessuna parte: quando avevo dai 13 ai 26 anni volevo dare sempre di più, ora non c’è più lo stesso impegno. Devi imparare nel continuo allenamento: non giochi in prima squadra se non ti impegni. I ragazzi quando non hanno questo smettono. Non so come si può far cambiare la mentalità: a 14 anni, se accanto a me c’era qualcuno che faceva meglio mi prendeva giustamente il posto”.

Se potessi mandare un unico grande ringraziamento ai tifosi di Lodi, Forte e Viareggio, cosa diresti loro per il modo in cui ti hanno accolto e sostenuto in tutti questi anni?

“Li ringrazio innanzitutto. Il motivo per cui sono venuto in Italia è stato proprio per i palazzetti pieni, la gente che ti sta vicino e si preoccupa. Non bisogna mai perdere educazione e rispetto: nello sport puoi essere un eroe come il cattivo, se c’è il rispetto rende lo sport più grande e bello. Bisogna essere più persone in tutti i momenti“.

Antonioni esulta davanti alla curva del Viareggio, lo stesso fa poi Lombardi a Lodi. Se la partita è sentita può capitare o entrambi i gesti sono fa censurare?

Io sono dell’idea che ognuno può fare quello che vuole, ma ci deve essere la base del rispetto. Se il tifo è caldo è normale che poi se la prendono con te, si creano momenti di tensione. Io personalmente penso che si possa fare un gol e non fare queste cose. Lo dico a Morgan e a Luca: poi torni in quella pista e ti ricordano così. Evitiamo polemiche”.

Si ringrazia Enric Torner e la società CGC Viareggio per la disponibilità.

Intervista a cura di Luca Maninetti e Giulia Mazzoleni.

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