Foto di Roberta Mirabile - Albo Belli
Aldo Belli, ex giocatore storico dell’Amatori Lodi si racconta in esclusiva ai nostri microfoni. Diversi gli argomenti trattati
Lo chiamavano a Lodi Aldino, poi trasformato in breve tempo in Aldinho per le sue doti tecniche e realizzative. Un giocatore straordinario, un’icona storica dell’hockey pista italiano ed europeo: semplicemente Aldo Belli. All’Amatori Lodi ha fatto la storia e noi di TuttoLodi.it abbiamo l’onore di poter fare quattro chiacchiere sul suo passato, sul presente e futuro.
L’intervista integrale
Guardandosi indietro, qual è il ricordo più indelebile della sua carriera con la maglia dell’Amatori Lodi e cosa ha significato per lei essere un simbolo di questa piazza?
“Sicuramente la vittoria dello scudetto anche perchè ero giovanissimo. Tra l’altro sono stato in pista tutta la partita perchè si era fatto male Giancarlo Fantozzi. Vincere lo scudetto all’età di 17 anni è stato meraviglioso. Lodi significa hockey, sono cresciuto in pista praticamente. I miei genitori erano i custodi del palazzetto del Revellino: il mio giocare era giocare a hockey, andare in pista con stecca e pallina“.
C’è una partita o un gol in particolare che, ancora oggi, le fa battere il cuore se ci ripensa?
“Sicuramente uno dei più belli è stato quello contro il Benfica nell’anno della Coppa delle Coppe: se lo ricordano ancora tutti, da album della storia hockeistica. Però io sono sempre stato un attaccante che faceva gol diversi l’uno dall’altro“.
Com’è cambiato il ruolo del giocatore di hockey dai suoi tempi a oggi?
“Adesso con la marcatura a uomo è cambiato tanto: ora sembra di vedere il basket, molto basato sui blocchi, sulla velocità, quando fanno blocco centrale per far entrare quello dietro. Prima diciamo che l’hockey era molto più a livello tecnico perché i giocatori erano più forti tecnicamente rispetto ad oggi. Ora è molta più potenza, fisico, correre e tirare. Prima c’era molta tecnica individuale che oggi si vede solo in alcuni giocatori“.
Se giocasse nell’hockey moderno, in cosa farebbe più fatica e in cosa invece dominerebbe ancora?
“Dominerei nell’uno contro uno: oggi saltare l’avversario in dribbling è una cosa fondamentale. Noi quando giocavamo in Italia si giocava ad hockey a zona, i portoghesi, gli spagnoli e gli argentini avevano la marcatura a uomo. Quando andavamo all’estero vincevamo comunque nonostante non fossimo abituati alle marcature a uomo asfissianti: questo perchè eravamo forti tecnicamente; nell’1vs1 andavamo sempre in porta”.
Il campionato italiano del passato era considerato il più bello e competitivo del mondo. Cosa aveva quell’hockey che a quello di oggi manca?
“Bisogna lavorare sui settori giovanili, perché c’è poco. Forse non vengono curati come prima: noi avevamo allenatori fortissimi come Livramento, Franchi che quando andavi in pista sapevano insegnare le cose giuste. L’Italia sta soffrendo di questa cosa: se tu vedi arrivare l’Honorio o il Sanches, cambiano molto a livello tecnico“.
Il settore giovanile in Italia: un tempo Lodi e altre piazze sfornavano talenti a getto continuo. Oggi si fa più fatica? Qual è la ricetta per riportare i ragazzi sui pattini?
“Obiettivo è cercare di portare qualche giocatore tuo ad alti livelli. Non dover sempre portare dall’estero perché non siamo più nel momento felice finanziariamente, infatti chi vince è chi ha speso di più. Il Trissino ha vinto ma adesso rischia. Il Bassano è la seconda che ha speso di più e infatti si vede dove è arrivato in classifica. Poi c’è il Lodi, Valdagno e poco niente. Da come vedo io l’hockey c’è poco, le prime 4 giocano un campionato a parte”.
A proposito di questo cosa ne pensa dell’evento riportato qui a Lodi dopo 36 anni, riguardo un fase finale nazionale giovanile, come l’U11?
“Già portare delle finali a Lodi è un’ottima pubblicità e attirare più bambini possibili verso questo sport. Vero che bisogna fare tanti sacrifici perché diventare giocatore forte non è facile, servono sacrifici, allenamenti e un palazzetto. Far allenare un bambino 3 ore a settimana è poco, non puoi riuscire a tirare fuori un campione”.
Negli ultimi anni le squadre portoghesi e spagnole sembrano avere un altro passo in Eurolega. Qual è la reale natura di questo gap: è solo economico o c’è una differenza profonda di cultura tattica e atletica?
“C’è chi insegna: le realtà sportive importanti tirano fuori i talenti dai loro settori giovanili, vuol dire che sanno lavorare bene e hanno allenatori bravi che insegnano a giocare”.
L’avversario e il portiere più forte che ha affrontato?
“Il portiere più difficile Cupisti. L’avversario che mi curava meglio Tommaso Colamaria, l’unico che mi dava più fastidio“.
Come valuta la gestione societaria e l’identità che l’Amatori Lodi è riuscita a mantenere in questi ultimi anni nel panorama nazionale?
“In questi ultimi anni, fino a che ha potuto, ha vinto scudetti. Quando iniziano a mancare le finanze, si procede con quel che si ha, ma si stanno comportando bene: non vincono scudetti ma arrivano nelle prime 4. Vuol dire che sei messo bene: il Grosseto sta sparendo, altre realtà sono salite in A1 per fare la squadra materasso e non è piacevole, ma le finanze sono quelle. Il Lodi per quel che ha, ha fatto acquisti buoni e sta lavorando bene, arriva sempre ad alti livelli”.
Parlando dei singoli della rosa attuale: c’è un giocatore in cui rivede un po’ del suo spirito di combattente o delle sue caratteristiche tecniche?
“No, perché ad oggi non vedo più quel trovare la porta con facilità. Io anche se non la vedevo mettevo la pallina in porta. In tanti giocatori vedo difficoltà a segnare: un Ambrosio a quell’età, spesso infortunato ma la pallina nonostante tutto la butta dentro. Honorio Santos del Valdagno davanti alla porta non sbaglia. Ma ne vedi pochi. Ho visto partite del Lodi che potevano vincere facile ma così non è stato per questo problema: la cattiveria manca. Meglio fare il giochino in meno ma buttarla in porta perchè conta ciò che dice il tabellino, non ciò che incanta il tifoso”.
Chi è stato, secondo lei, il leader silenzioso e l’uomo chiave dello spogliatoio giallorosso in questa stagione?
“Checco Compagno è stato l’uomo squadra quest’anno. Ha tirato fuori dalle beghe la squadra in molte situazioni; partiva dal basso pur essendo un attaccante, si è messo a gestire pallina dettando tempi e ritmi. È il leader dell’Amatori di quest’anno”.
Chi, invece, poteva fare di più?
“Mi aspettavo di più dai nuovi arrivi che avevano fatto bene nelle stagioni precedenti. Mi aspettavo che facessero lo stesso lavoro ma non li ho visti così bene. Alla fine Borregan si è visto più attivo; quest’anno è mancato Faccin che non ha fatto quello che ha fatto l’anno scorso, ma ci sta l’annata storta“.
Che voto dà alla stagione 2025/2026 dell’Amatori Lodi? Quali sono stati i momenti più alti e quali i rimpianti maggiori?
“Non è stata molto brillante a livello campionato ma se l’è giocata fino alla fine con il Bassano. Non è uscito dai playoff con una squadretta: ci fosse stato un Borgo in più sarebbe stato diverso, ma purtoppo essendo stato infortunato tutto il playoff è stato come avere un attaccante in meno. Gli altri non hanno dato quello che hanno dato lo scorso anno”.
Dal punto di vista del gioco espresso, quanto si è vista la mano dell’allenatore nei momenti cruciali della stagione, specialmente nei playoff o nelle coppe?
“In questi anni sta lavorando molto bene, appena arrivato ha vinto un campionato che nessuno si aspettava. Unica cosa che cambierei è quando si arriva verso l’area lasciare più libertà all’attaccante e schematizzare meno. L’invenzione del giocatore conta tanto: ne è dimostrazione Sanches del Valdagno che quando inizia a fare numeri è incontenibile e lì non ascolta l’allenatore, fa”.
Che impatto pensa può avere il ritorno di Pablo Nájera?
“L’affermazione giusta è: quanto è stato importante non averlo quest’anno. Era un giocatore che dava i tempi alla squadra, che non perdeva palline, che non faceva errori a metà campo e che serviva palline all’attaccante di turno che giocava al suo fianco. Sapeva tenere palla, dare i ritmi, quando rallentare senza perdere palline. Quest’anno si partiva ad una velocità e quella rimaneva costante: con Pablo arriva questo. Anche Faccin avrebbe fatto più gol”.
Le piace Facundo Ortiz?
“Non me lo ricordo ma qualche partita del Sarzana l’ho vista e mi ricordo che ha molta grinta. Dovrei vederlo bene calato nella realtà di Lodi. Io quando guardo l’hockey guardo il Lodi o adesso le finali“.
Oltre a Najera e Ortiz, inserirebbe un decimo?
“Penso sia ora di mettere qualcuno di Lodi, inserirli piano piano con figure che possono insegnargli. I due Monticelli secondo me sono gli unici che possono essere inseriti ad oggi nella rosa di Serie A1“.
Con i nuovi innesti e le conferme, dove può arrivare questo Lodi nella prossima stagione? Un trofeo è possibile?
“Sono convinto che il campionato sarà ancora difficile perché bisogna vedere gli acquisti del Trissino; il Bassano va a rafforzarsi con Martinez che la porta la vede. Però penso che puntare alla WSE Cup non è solo un sogno, per portare una coppa europea a Lodi“.
L’hockey pista è e sarà sempre lo sport più trainante della città, visto che il progetto Fanfulla continua ad avere instabilità progettuale, soprattutto in questo ultimo triennio?
“L’hockey pista a Lodi è sempre stato lo sport primario. La gente che veniva in città non era tanto per il Fanfulla, l’unico anno forse era stato quello della C. Ai miei tempi venivano anche gli ultras di Sant’Angelo a vedere l’hockey, anche in trasferta“.
Se dovesse dare un consiglio di cuore alla dirigenza quale sarebbe?
“Non devo dare consigli a nessuno perché c’è gente preparata che sta facendo bene con quello che ha“.
Che rapporto ha con i tifosi lodigiani?
“Quando vado in giro per Lodi mi salutano tutti, a volte non so nemmeno chi sono ma mi hanno dato tanto e io ho dato tanto a loro. Avevo offerte superiori in altre società ma sono sempre rimasto, a parte la parentesi al Novara. Ho fatto un solo anno e poi sono tornato. Avevo offerte anche all’estero, dove c’erano squadre con cui potevo vincere scudetti“.
Che ne pensa dell’introduzione dell’HVS?
“Lo trovo fondamentale: non si va più a protestare con gli arbitri, in panchina si sta più tranquilli. Anche arbitro è più tranquillo perché può rivedere e vedere se ha sbagliato o meno“.
Chi vince lo scudetto tra Bassano e Trissino?
“Stasera si decide tutto: l’assenza di Alvarinho penso sia abbastanza pesante per il Trissino”.
Chiudiamo con una domanda personale: vedremo mai Aldo Belli ricoprire un nuovo ruolo ufficiale (societario o tecnico) nell’hockey che conta, magari proprio a Lodi, o preferisce viversi questa passione da osservatore speciale?
“Penso che vanno bene così e che non mi chiederanno di tornare. Sto bene così, sono nonno di 5 nipoti quindi ho ben altro da fare”.
Finisce qui l’intervista. Un sentito ringraziamento ad Aldo Belli per la disponibilità e il tempo dedicatoci.
A cura di Luca Maninetti e Giulia Mazzoleni.
