30 Maggio 2026
Ultras Fanfulla

Il Fanfulla si trova ora nel periodo più buio della propria storia. Un bivio decisivo per capire il futuro del club

Il calcio, a volte, sa essere un’estensione spietata della realtà. Ma quello che sta succedendo al Fanfulla non è più soltanto una questione di palloni che non entrano o di schemi sbagliati. La storica società di Lodi, reduce dal dramma sportivo di una doppia retrocessione consecutiva che l’ha scaraventata nell’inedito purgatorio della Promozione, si trova oggi a vivere un paradosso: la partita più importante, quella che deciderà se il club esisterà ancora o svanirà nel nulla, si sta giocando contemporaneamente in un’aula di tribunale e tra gli uffici del Comune.

Sullo sfondo, una clessidra che corre veloce e quattro elementi che si intrecciano come fili di una matassa quasi impossibile da sbrogliare: il bando comunale, lo stadio Dossenina, e l’infinito duello fratricida tra le famiglie Barbati e Tufo.

La trincea legale: Barbati e Tufo, il passato che cancella il presente

La recente sentenza della Corte d’Appello di Milano ha agito come un terremoto giudiziario, azzerando di fatto gli ultimi quattro anni di vita societaria e riportando le lancette del tempo al 2022. Con l’annullamento delle vecchie delibere assembleari, i giudici hanno virtualmente riaperto i cancelli di viale Pavia a Luigi Barbati, l’ex patron che oggi rivendica la legittimità a riprendere in mano il timone, forte di una decisione che cancella la “rivoluzione” della governance successiva.

Dall’altro lato della barricata, la famiglia Tufo non sembra affatto intenzionata a firmare la resa incondizionata. L’attuale dirigenza alza il muro, legge il dispositivo in modo differente e cerca margini di manovra per convocare le proprie assemblee, portando avanti una resistenza che rischia di trasformarsi in un logorante Vietnam burocratico. Nelle ultime settimane i legali delle due fazioni hanno iniziato a parlarsi, ma la distanza resta siderale. Nel frattempo, sul tavolo restano nodi enormi: chi pagherà i debiti accumulati? Chi gestirà i codici di accesso federali con la Federcalcio mentre i commercialisti spulciano i bilanci? Mentre i leader si scontrano, il Fanfulla è un re nudo, immobilizzato dall’incertezza.

Il fattore Dossenina e l’incubo del bando

Mentre la guerra fredda tra presidenti vecchi e nuovi prosegue a colpi di carte bollate, il tempo stringe su un aspetto logistico vitale. Il 3 giugno scade ufficialmente la concessione per l’utilizzo dello storico stadio Dossenina e del campo “Sala” alla Faustina. Senza una casa, il Fanfulla è un’anima senza corpo.

Il paradosso è servito: quale società potrà mai partecipare a un bando pubblico per ottenere la Dossenina se, a livello legale, non è ancora chiaro chi sia il legittimo proprietario del club?

Palazzo Broletto non può fare favoritismi e deve tutelare il patrimonio cittadino, ma l’attesa di una proroga o di un chiarimento definitivo sta esasperando una piazza già profondamente ferita. La Dossenina, un tempo fortino inespugnabile e cuore pulsante del tifo lodigiano, oggi rischia di rimanere un monumento vuoto e silenzioso.

Un’identità da ricostruire

Il vero dramma del Fanfulla non è solo la categoria da cui dovrà ripartire, ma lo scollamento totale con la sua gente. Gli striscioni di contestazione e il deserto degli spalti nell’ultima stagione sono la fotografia di una disaffezione profonda. Il settore giovanile, un tempo fiore all’occhiello del territorio e fabbrica di talenti, ha perso attrattività a favore delle realtà vicine.

Il Guerriero ha perso la sua anima. Che la spunti Barbati con una nuova cordata o che i Tufo riescano a mantenere il controllo, la priorità assoluta andrà ben oltre il calciomercato: servirà un bagno di umiltà, trasparenza e la capacità di chiedere scusa a una città intera. Lodi non merita di vedere il proprio simbolo morire di burocrazia.

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